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In alcuni casi l’INPS può riconoscere l’indennità di accompagnamento anche a pazienti deambulanti

L’indennità di accompagnamento è una prestazione economica pensata per chi non può più badare a sé stesso in modo sicuro e ha bisogno della presenza costante di un’altra persona. Non è legata al reddito, ma al grado di non autosufficienza e alla necessità di assistenza continua. Le più recenti indicazioni dell’INPS e diverse pronunce della Corte di Cassazione hanno chiarito che il diritto può essere riconosciuto anche quando la persona non è allettata, ma non può restare sola senza esporsi a pericoli.

Questo ha aperto la strada a un’interpretazione più aderente alla realtà di molte famiglie: demenze, esiti di ictus, disorientamento, gravi patologie neurologiche o psichiatriche possono rendere una persona “dipendente” anche se cammina, parla e a prima vista sembra autonoma. Il punto non è più soltanto la capacità fisica di vestirsi o spostarsi, ma la sicurezza e la possibilità concreta di restare da soli senza correre rischi. Una persona che apre il gas, che esce di casa senza orientarsi, che dimentica i farmaci o che può cadere da un momento all’altro ha bisogno di sorveglianza 24 ore su 24 e non solo di aiuto saltuario: è a questo tipo di situazioni quotidiane che le più recenti valutazioni medico-legali hanno iniziato a prestare maggiore attenzione. L’obiettivo è tutelare chi ha bisogno di assistenza continua e non soltanto chi non si muove o è allettato.

In alcuni casi l’INPS può riconoscere l’indennità di accompagnamento anche a pazienti deambulanti-flavabeach.it

Di seguito vediamo cosa richiede la legge sull’invalidità civile, quali documenti servono per dimostrare la non autosufficienza (referti specialistici, certificato del medico di base, eventuali relazioni dei servizi sociali) e come alcuni casi concreti sono stati valutati in senso favorevole, sulla base delle indicazioni ufficiali dell’INPS e della giurisprudenza che ha riconosciuto il diritto anche quando la persona deambula ma non può essere lasciata sola.

Quando spetta davvero l’indennità di accompagnamento

Per ottenere l’indennità di accompagnamento occorre, secondo le norme sull’invalidità civile e le istruzioni pubblicate dall’INPS, che ci siano insieme due condizioni: invalidità riconosciuta al 100% e impossibilità a deambulare senza aiuto o a compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua. L’importo (attualmente poco sopra i 570 € al mese secondo l’ultimo adeguamento comunicato dall’INPS) viene pagato per 12 mesi e non è soggetto a limiti di reddito. Le commissioni medico-legali oggi tendono a valutare non solo se la persona “sa” vestirsi, lavarsi, alimentarsi, ma se può farlo in sicurezza. Per questo, in più decisioni, i giudici hanno dato ragione ai familiari quando il malato di Alzheimer o di demenza usciva di casa da solo, lasciava il gas aperto o non riconosceva più i pericoli: in queste situazioni la vigilanza è costante e l’assistenza è “necessaria”, quindi il requisito è soddisfatto. In una delle pronunce più citate dai patronati, la Cassazione ha ribadito che la non autosufficienza comprende anche l’impossibilità di rimanere soli senza mettere a rischio la propria incolumità: non occorre essere immobilizzati.

Quando spetta davvero l’indennità di accompagnamento-flavabeach.it

Un caso pratico: una donna di 80 anni, invalida al 100%, si muove in casa ma non riconosce i familiari, non gestisce l’igiene, va seguita nei pasti e tende ad allontanarsi. In presenza di una documentazione specialistica che confermi il decadimento cognitivo, la richiesta di accompagnamento può essere accolta perché c’è bisogno di assistenza continua, come indicato dall’INPS nelle sue circolari.

Come si chiede e cosa guardano INPS e commissione

La domanda parte dal certificato medico introduttivo del medico di base, segue la presentazione telematica all’INPS e poi la visita della commissione ASL–INPS. Qui il punto decisivo è descrivere le limitazioni funzionali e non solo la diagnosi: va spiegato se la persona può rimanere sola e per quanto tempo, se gestisce il bagno, se rischia cadute, se assume i farmaci da sola, se ha bisogno di essere accompagnata fuori casa. L’INPS nelle sue note ricorda che la valutazione è “globale” e riguarda la capacità di svolgere gli atti della vita quotidiana in autonomia. Altro esempio: un uomo di 69 anni con Parkinson avanzato, rigidità marcata e frequenti cadute, che deve essere sorretto per lavarsi e camminare in casa. Anche se non è ricoverato e non è allettato, la necessità di aiuto permanente per la deambulazione rientra nei casi per cui l’indennità di accompagnamento è riconoscibile, secondo quanto riportato dall’INPS.

Lo stesso vale per soggetti con epilessia non controllata o con gravi disturbi psichiatrici: se gli episodi sono imprevedibili e il paziente non può essere lasciato solo, il bisogno di sorveglianza è equiparato all’assistenza continua. In ogni caso è fondamentale allegare referti specialistici aggiornati (neurologo, geriatra, psichiatra), eventuali relazioni del servizio sociale e indicare se c’è stato un peggioramento: la documentazione dettagliata aiuta la commissione ad applicare in modo corretto i criteri già riconosciuti da INPS e giudici.

Pasquale Antoniacci

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