Una soglia che si fa sempre più alta, un percorso che per molti rischia di allungarsi. La questione delle pensioni e della flessibilità in uscita è diventata con la Manovra 2026 uno dei nodi più delicati del panorama sociale ed economico. Non si tratta solo di numeri e tabelle, ma di vite concrete, di lavoratori e lavoratrici che da anni pianificano il proprio futuro contando su strumenti oggi destinati a ridursi drasticamente. La sensazione è quella di un cambiamento strutturale, che sposta l’equilibrio tra lavoro e riposo, tra anni di contributi e diritto al ritiro. La stagione delle uscite anticipate, che aveva alleggerito l’impatto della riforma Fornero, sta per lasciare spazio a un sistema più rigido e selettivo. Le certezze, un tempo date per scontate, iniziano a vacillare e a molti appare chiaro che le nuove regole cambieranno tutto.
In questo scenario, la preoccupazione cresce soprattutto tra chi svolge mestieri pesanti, per i quali la prospettiva di lavorare fino a 67 anni appare difficilmente sostenibile. Nei reparti ospedalieri, nei cantieri, sui mezzi pubblici, la domanda che circola è semplice ma carica di significato: chi riuscirà ancora a beneficiare di percorsi alternativi per lasciare il lavoro prima?

Non è una questione marginale, perché riguarda la qualità della vita di decine di migliaia di persone. La Manovra 2026, approdata in Parlamento, mostra un quadro chiaro: le uscite anticipate non vengono cancellate del tutto, ma ridotte ai minimi termini. Restano poche eccezioni, con requisiti rigidi e una platea limitata.
Molti casi reali raccontano meglio di qualsiasi grafico ciò che sta accadendo. Un autista di mezzi pubblici con 35 anni di contributi, un muratore con una carriera iniziata a 17 anni, un’infermiera turnista che contava su Opzione Donna: per tutti questi percorsi la situazione cambia in profondità. I margini per anticipare il ritiro si riducono e solo chi rientra in condizioni specifiche potrà ancora farlo.
APE Sociale e pensioni per lavori gravosi come ultime vie di uscita anticipate per chi svolge mansioni usuranti
La APE Sociale diventa uno degli ultimi strumenti a disposizione per anticipare la fine dell’attività lavorativa. Non è una pensione, ma un sostegno economico erogato fino al raggiungimento della pensione di vecchiaia. I requisiti sono precisi: almeno 63 anni di età e 30 anni di contributi per determinate categorie, che diventano 36 per chi svolge lavori gravosi. Rientrano, ad esempio, addetti all’assistenza di persone non autosufficienti, infermieri turnisti, operai edili, macchinisti ferroviari e operatori ecologici.

Per accedere a questa misura serve aver svolto tali mansioni per almeno sette degli ultimi dieci anni di attività. Un esempio è quello di un infermiere che, dopo decenni di turni notturni, può usufruire dell’APE Sociale ricevendo un’indennità fino alla pensione ordinaria. Non potrà però cumulare altri redditi da lavoro e l’importo non corrisponderà all’assegno pieno. Accanto a questa misura restano le pensioni per lavori usuranti, accessibili con 35 anni di contributi e almeno 61 anni e sette mesi di età, sommati per raggiungere la quota minima di 97,6. Un autista con 62 anni e 35 anni di contributi, ad esempio, può ancora ritirarsi se l’attività è stata continuativa per il periodo richiesto.
Opzione Donna Quota 103 e Quota 41 rimangono per chi ha già maturato i requisiti con le vecchie regole ma non per le nuove generazioni di lavoratori
La Opzione Donna e la Quota 103 non spariscono del tutto, ma restano accessibili solo a chi ha maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024. Le lavoratrici con 35 anni di contributi e 61 anni d’età, ridotti per i figli, potranno ancora esercitare questo diritto accettando però il ricalcolo contributivo, che riduce l’importo dell’assegno. Per esempio, una donna con due figli e 59 anni potrà ritirarsi anticipatamente se rientra nelle condizioni previste.
La Quota 103 richiede 62 anni di età e 41 anni di contributi maturati entro la stessa data, con un tetto massimo pari a quattro volte il minimo INPS fino ai 67 anni. Chi ha maturato il diritto nel 2023 mantiene condizioni più favorevoli. Rimane infine la Quota 41 per i lavoratori precoci, con almeno un anno di contributi versati prima dei 19 anni e appartenenti a categorie come caregiver, disoccupati o addetti a mansioni gravose. Un muratore che ha iniziato a lavorare giovanissimo e ha accumulato 41 anni di contributi può ancora accedere, se rientra nei requisiti.
La nuova impostazione restringe fortemente la platea dei beneficiari, concentrando le risorse su categorie specifiche e lasciando gli altri con la sola pensione ordinaria. Una scelta che segna la fine di una lunga stagione di strumenti di flessibilità e apre un’epoca in cui il lavoro e il ritiro saranno scanditi da binari più rigidi e difficili da modificare.





