Può un ritmo di lavoro insostenibile condurre alla morte e obbligare il datore a pagare per intero i danni? Una recente ordinanza della Cassazione apre un nuovo capitolo nella responsabilità aziendale: non basta più riconoscere la “causa di servizio”, adesso la colpa pesa anche civilmente. Quando il cuore cede per lo stress e l’organizzazione tace, la giustizia interviene con decisione. Le aziende non possono più nascondersi dietro un protocollo o una firma, perché quando la salute si spezza, il conto da pagare diventa reale, doloroso, spesso irreversibile. E oggi, a pagarlo, potrebbe essere il capo.
Ogni posto di lavoro ha il suo ritmo, ma ci sono ambienti in cui il tempo non basta mai. Turni notturni, reperibilità costante, assenza di pause. C’è chi regge, chi si ammala, e chi, purtroppo, non ce la fa. La storia di un medico ospedaliero deceduto d’infarto dopo anni di pressione continua ha riaperto un dibattito profondo su cosa significhi davvero proteggere la salute nei luoghi di lavoro.

La sua morte non è stata trattata solo come tragico evento, ma come il frutto di una precisa responsabilità gestionale. Per la Cassazione, quel decesso non poteva essere derubricato a semplice fatalità. E da qui parte una decisione che cambia lo scenario giuridico.
Quando il lavoro logora la salute e il datore deve rispondere anche della morte del dipendente
Il caso ha riguardato un medico dipendente pubblico, sottoposto a turni estremi e condizioni di stress protratte. Dopo la sua morte, lo Stato aveva riconosciuto l’evento come “causa di servizio”, aprendo la strada a un equo indennizzo. Ma per i familiari non era abbastanza. Hanno richiesto un risarcimento pieno, perché dietro quella morte c’erano turni disumani, carichi eccessivi, omissioni organizzative. Il tribunale civile aveva negato il risarcimento, sostenendo che il legame fra stress e infarto non fosse sufficientemente dimostrato.

Ma la Cassazione ha capovolto il verdetto. La Suprema Corte (Ordinanza n. 26923 del 7 ottobre 2025) ha stabilito che quel riconoscimento della causa di servizio costituiva già un importante indizio probatorio. Da lì, ha ribaltato l’onere della prova: non dovevano più essere gli eredi a dimostrare la responsabilità del datore, ma era l’azienda a dover provare di aver fatto tutto per evitare il danno. Una svolta che rende concreta la tutela della salute e che cambia il modo in cui si dovranno gestire i casi futuri di stress lavoro-correlato.
La giurisprudenza cambia le regole e impone alle aziende di dimostrare la propria innocenza nei casi di stress lavorativo estremo
La sentenza stabilisce un principio chiaro: se esiste un nesso tra malattia o morte e condizioni lavorative, il datore risponde a meno che non dimostri, concretamente, di aver fatto tutto il possibile per evitarlo. È qui che si afferma un nuovo equilibrio giuridico. Il lavoratore non è più da solo a combattere per dimostrare che lo stress lo ha ammalato o, peggio, ucciso. È l’azienda, invece, a dover provare la propria correttezza gestionale. E questo vale anche nei casi meno drammatici: da chi sviluppa disturbi del sonno per carichi eccessivi a chi soffre di ansia cronica causata da ritmi insostenibili.
Ospedali, uffici, fabbriche: ogni ambiente lavorativo è chiamato ora a dimostrare di non essere diventato una trappola. Se il datore non sa documentare misure preventive adeguate, pagherà. Non bastano più i regolamenti interni o i corsi obbligatori, serve una strategia concreta di tutela della salute. La giurisprudenza offre uno scudo nuovo a chi lavora sotto pressione e un avvertimento serio a chi organizza il lavoro.





